Cosa è la valle dell’Aniene?
Tra storia e natura
Una valle incontaminata abitata fin dai tempi antichi..
Sono decisamente rare, almeno allo stato attua-le delle ricerche, le testimonianze di età prei-storica: ricordiamo alcuni reperti attribuibili alla tarda età della pietra-prima età del bronzo,rinve-nuti presso Cervara di Roma, in località Le Morre.
Il più antico popolamento della zona è legato alla prima migrazione indo-europea in Italia, avvenuta nel cor-so del II millennio. Fu allora che i latini, giunti nella penisola italica insieme a siculi e falisci, si stabilirono nel Lazio; in seguito vennero sostituiti in alcune zone (come, appunto, quella dei Simbruini) da equi, ernici e volsci, tutti appartenenti ai popoli italici.
Gli Equi: abitanti della gelida valle dell’Aniene:
Gli equi erano dediti alla pastorizia, oltre che alla caccia e alla pesca. Le fonti romane ne danno giudi-zi contrastanti. Per la loro saggezza e rettitudine furo-no definiti da Cicerone gens magna e il loro stesso no-me veniva fatto derivare dall’amore per la giustizia.Al tempo stesso, furono descritti come gente bellico-sa,che spesso devastava i territori limitrofi degli erni-ci e di Tivoli, spingendosi a minacciare Roma.
Contro la crescente potenza di questa strinsero nel 494a.C. un’alleanza con volsci e sabini. Seguì un perio-do turbolento, fino alla definitiva vittoria dei romani nel 299 a.C.; il territorio fu confiscato e nel 296 vi si stabilì la tribus Aniensis, fondando colonie ad Arsoli,Affile,Treba, ecc. Anche di questa fase della storia del nostro territorio le testimonianze sono purtroppo scarse. Prevalgono i resti di mura ciclopiche o megali-tiche ad Affile, Agosta, Camerata, Canterano, Oleva-no, Riofreddo, Roiate (fortilizi), Roviano, Vicovaro.
Con la creazione della tribus Aniensis all’inizio del III secolo a.C., il territorio già appartenente agli equi en-tra a far parte integrante di quello che può essere de-finito il sistema romano. Molte delle famiglie che vi si insediarono crearono le tipiche ville rustiche, delle quali restano solo scarse tracce archeologiche, men-tre alcuni elementi della toponomastica (Roviano, i Monti Ruffi, il Giovenzano) sembrano rifarsi proprio a quegli antichi nomi.
Risale ai primi tempi dell’oc-cupazione romana del territorio uno dei pochi reper-ti archeologici di quella età, il monumento sepolcra-le di Lucio Menio, che la lapide indica chiaramente come appartenente alla tribù Aniense, ritrovato nel 1843 nei pressi di Subiaco.
Fra le prime iniziative prese dai romani ci fu, nel 300 a.C. la costruzione della via Valeria fino al Fu-cino, come estensione della Tiburtina nell’alta valle dell’Aniene fino alla Marsica. Le grandi vie consolari hanno dovunque segnato l’estendersi del dominio di Roma; ed un altro, immancabile segno impresso dal-la città ormai egemone nei territori conquistati fu la costruzione di acquedotti. E certo i romani non per-sero molto tempo, prima di rendersi conto che la ric-chezza idrica della valle dell’Aniene poteva consen-tire un ineguagliabile rifornimento di acque.
Risale infatti al 272 l’inizio della costruzione del primo dei quattro acquedotti che per se-coli portarono a Roma le acque dell’Aniene.La manutenzione di questi grandi manufat-ti diede origine ad un notevole popolamen-to della zona, di cui peraltro non abbiamo suf-ficienti prove archeologiche.
Sappiamo comunque che vi soggiornarono per-sonaggi di rilievo, come Plinio il vecchio, che studiò in particolare le virtù delle acque minerali arsenicali di Marano,e Frontino (che fu proprio curator aquae, sovrintendente degli acquedotti, nel 70d.C.). Ma P’evento che trasformò completamente la vita del territorio, modificandone perfino l’aspetto, fu la decisione di Nerone di costruirvi, intorno al 60 d.C.,una singolare, splendida villa costituita da più padiglioni disseminati fra boschi e rocce, sulle rive di tre laghi artificiali realizzati costruendo altrettante dighe lungo il corso dell’Aniene.
La fase Benedettina
Sembra risalga ai tempi di Nerone l’introduzione del cristianesimo nel sublacense; dell’esistenza di cristiani addirittura nella corte dell’imperatore parla una delle lettere di San Paolo, indirizzata ai Filippesi.
Nel IV secolo, il patrizio cristiano di Subiaco Narzio lasciò a papa Damaso, suo padre spirituale, i propri territori, compresa L’arce posta alle falde del Monte Altuino, nei pressi della via Sublacense.
La generosa decisione è documentata da una carta del 369, che da sempre è considerata l’atto di nascita della città di Subiaco.
La valle fu sede, fin dai primi secoli del cristianesimo, di un fiorente monachesimo di ispirazione orientale, che costituì un elemento di richiamo per il giovane Benedetto, quando intorno al 497, all’età di 17anni, decise di fuggire la vita di Roma, confusa e disordinata anche dal punto di vista religioso, per dedicarsi ad un’esistenza di raccoglimento e di preghiera. Trascorsi tre anni di completo isolamento nella grotta indicatagli da un monaco di un vicino eremo, Benedetto diede vita a una comunità che pian piano si allargò accogliendo discepoli sempre più numerosi.
Nei trenta anni circa della sua permanenza a Subiaco, Benedetto fondò nella valle ben tre-dici monasteri, dei quali uno solo è giunto fino a noi, quello di Santa Scolastica. Poco dopo la par-tenza del santo per Montecassino e la sua morte, avvenuta appena tre anni più tardi, la valle dell’Aniene fu coinvolta, come tante altre zone d’Italia, nella terribile guerra gotico-bizantina, che co-strinse le popolazioni della vallata a rifugiarsi sui monti di più difficile accesso, dando vita ai nuclei abitati di Vallepietra, Filettino e Trevi.
Fra il VI e il IX secolo, si succedettero invasioni e incursioni barbariche, che lasciarono tracce riconoscibili nel territorio. La zona sabina subì il dominio dei longo-bardi, mentre lungo la valle dell’Aniene si stabilirono nuclei di invasori saraceni, come Saracinesco. I monasteri sublacensi vennero pressoché distrutti; solo dopo quel terribile periodo tutto il Lazio, e in particolare il territorio dell’abbazia sublacense, risorse a nuova vita.